domenica 6 giugno 2021

Calciatori ex professionisti più a rischio demenza e mortalità per patologie neurodegenerative. Colpa dei tanti “colpi di testa” !

L’attività fisica e lo sport hanno positive ricadute sulla salute cardio-metabolica, sulla prevenzione della demenza e sul rallentamento del declino cognitivo.
Negli ultimi anni tuttavia, sono andate aumentando le evidenze di un aumentato rischio sul versante cognitivo e neuropsichiatrico per gli atleti degli sport di contatto; perché i ripetuti traumi cerebrali ai quali sono esposti, aumenterebbero il rischio di patologie neurodegenerative e di encefalopatia traumatica cronica (CTE). Ad aumentare il rischio neurologico non sarebbero tuttavia di colpi forti, quelli responsabili di concussioni sintomatiche, ma il ‘conto’ totale dei ripetuti impatti ricevuti alla testa, compresi quelli ‘subconcussivi’ e asintomatici. Questi appaiono infatti correlati alla presenza di marcatori di neuro-degenerazione in vivo e, più avanti nel corso della vita, alla comparsa di disturbi neuropsichiatrici e cognitivi.

Uno studio epidemiologico retrospettivo di Daniel F. Mackay e colleghi, appena pubblicato sul NEJM e condotto su un gruppo di 7.676 ex-calciatori professionisti scozzesi, getta nuova luce sulle conseguenze a lungo termine del giocare a calcio a livello professionistico. La coorte di sportivi è stata confrontata con controlli della popolazione generale in termini di cause di mortalità e utilizzo di farmaci anti-demenza. La mortalità da cause non neurologiche è risultata inferiore tra gli ex-giocatori professionisti, fatto questo che conferma la validità dello sport nella prevenzione cardiometabolica; tuttavia la mortalità da malattie neurodegerative è risultata superiore nel gruppo degli ex-sportivi professionisti, come anche l’uso di farmaci anti-demenza.

 

giovedì 27 maggio 2021

Nuova scoperta: la prima pubblicazione nelle bibliografia scientifica internazionale !

Continuo la mia ricerca clinica con obiettivo di scoprire nuovi indicatori clinici per prevenire o riconoscere precocemente la fibrillazione atriale.

Come molti di voi conoscono questa aritmia cardiaca è altamente cardioemboligena e quindi facilmente può creare degli ICTUS CEREBRALI con conseguenze devastanti per il paziente. Infatti i pazienti portatori di fibrillazione atriale sono ad alto rischio per un ICTUS CARDIOEMBOLICO. 

Questa volta abbiamo scoperto un indicatore che si chiama blocco interatriale in un paziente portatore di sclerosi laterale amiotrofica. La nostra scoperta è già stata pubblicata sul International Journal of Clinical Cardiology. 

La sorpresa è stata enorme alla nostra saputa dall' editore, che questa scoperta è la prima al livello mondiale sulla letteratura scientifica internazionale. 

Quindi la motivazione aumenta sperando sempre di poter contribuire positivamente alla diagnosi precoce e la terapia del paziente. 

Per prendere visione dell' articolo pubblicato cliccare sul link sottostante 

https://clinmedjournals.org/articles/ijcc/international-journal-of-clinical-cardiology-ijcc-8-224.php?jid=ijcc


 

 

 


martedì 13 aprile 2021

Ischemic stroke in a patient with interatrial block: Is it only a coincidence or a clear relationship?

Ischemic stroke in a patient with interatrial block: Is it only a coincidence or a clear relationship?: Atrial fibrillation (AF) can be detected in nearly 25% of all patients with stroke by sequentially combining different electrocardiographic methods. Prediction of early cardio-embolic stroke remain a permanent challenge in everyday practice. The early identification of an increased risk for atrial fibrillation episodes (which are frequently asymptomatic) is essential for the prevention of cardioembolic events. One of the noninvasive modalities of atrial fibrillation prediction is represented by the electrocardiographic P-wave analysis. This includes study and diagnosis of interatrial conduction block. Our short case report presents a case with ischemic cortico-sottocortical stroke involving capsulo and caudo regions in a woman patient with interatrial block as realized by electrocardiographic P analysis.

SONO FIERO DI QUESTA PUBBLICAZIONE



giovedì 18 marzo 2021

Rimodulazione del Sistema Nervoso Autonomo. Una sfida per ritrovare il perduto equilibrio PNEI.

 

Il sistema nervoso autonomo riguarda tutta larete del Sistema Nervoso che impongono certi comportamenti involontari degli esseri superiori compreso l’ uomo. Esso è costituito da due branche il simpatico e il parasimpatico (o nervo vago).  

In tempi moderni, ricchi di comodità ma anche di situazioni stressanti , spingono sempre di più ad una iperattivazione del sistema simpatico. Alla lunga però questa situazione, porta a conseguenze sul sistema cardiovascolare, sistema immunitario, apparato muscoloscheletrico e sul cervello. Di conseguenza la presenza di una serie di disturbi più o meno gravi, limitano la vita sociale, lavorativa , e la prestazione fisica.  Tali disturbi se trascurati o non individuati precocemente come tali portano ad un continuo peggiormento dell’ equilibri del sistema fino alla comparsa di malattia.    Le alterazioni del sistema nervoso autonomo (SNA) possono essere date da situazioni prolungate di stress psico sociale, scarsa attività fisica, alimentazione scorretta, alcol assunzione di farmaci, stile di vita incongruo, attività fisica eccessiva  e non ultimo emozioni negative ecc. Inoltre il SNA è collegato col sistema endocrino e la secrezione ormonale. Quindi la trasmissione bilanciata di impulsi nervosi e la corretta stimolazione endocrina conduce ad un ottimo equilibrio neuro-endocrino e immunitario.

A questo punto la domanda che si pone è: Ma il sistema nervoso autonomo (SNA) è rimodulabile ? Molti studi scientifici eseguiti fino ad oggi hanno dimostrato che il SNA è rimodulabile. A tal proposito KIMEYA e Dr. Antonopoulos, specialista in Cardiologia, introducono un programma di RIMODULAZIONE DEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO mediante il semplice test da sforzo.

Da questo si riesce ad avere una valutazione dettagliata del sistema nervoso autonomo e il suo equilibrio. Quindi dal test da sforzo si possono estrapolare informazioni riguardo la funzione vasomotoria, la modulazione della pressione sanguigna, la variabilità della frequenza cardiaca e la respirazione. In parole semplici si possono ottenere indicazioni sulla potenza del SNA e sbilanciamento del sistema stesso cioè tra la branca del sistema simpatico e quella del parasimpatico. Per estensione per ogni modificazione del sistema parasimpatico si dovrebbe ottenere un controllo del sistema simpatico e viceversa. Tutto questo processo, ovviamente si estende a tutti gli organi da esso innervati. Inoltre Il sistema nervoso autonomo è influenzato da molteplici fattori e caratteristiche personali: il modo di vedere le cose, l’ approccio alla quotidianità ,reazione a situazioni sociali ma anche dal metabolismo, l’ attività fisica il lavoro muscolare e mentale. Ed è per questo che rimane importante misurare e capire su cosa migliorare, quale componente predomina e quale strategia utilizzare per pianificare un programma di miglioramentto complessivo.

LA RIMODULAZIONE DEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO si rivolge ai soggetti ansiosi e molto impegnati con lo stress quotidiano. Agli sportivi che vorrebbero ottimizzare le prestazioni.

Ai pazienti che vorrebbero ottenere riabilitazione cardiaca e vascolare ottimizzata in base alle necessità personali.

Ai soggetti con ipertensione arteriosa e reazioni infiammatorie anomale.

 


LO SCOPO DELLA RIMODULAZIONE DEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO E’:

  •    PREVENIRE GLI EVENTI CARDIOVASCOLARI (ANGINA, INFARTO, ICTUS, ARITMIE CARDIACHE ECC)

  •   EQUILIBRARE LA COMPONENTE EMOTIVA E LO STRESS

  •  CONTROLLO DEL LAVORO MENTALE E INTELLETTIVO
  • INTEGRARE LA COMUNICAZIONE NEURO-SPLACNICA E DEL METABOLISMO
  • MIGLIORARE LA COMUNICAZIONE NEURO-ENDOCRINA ED IMMUNITARIA

 

I Fattori che entrano in gioco sono molteplici . Per questo l’importanza è misurare e capire su cosa agire ,cosa  predomina e la strategia da utilizzare per innescare un percorso di miglioramento.  In questo l’attività fisica diventa uno strumento importante che se utilizzata in maniera corretta e specifica ci fa raggiungere risultati favolosi.

Per prendere visione del progetto in diapositive cliccare sul link

 

lunedì 1 febbraio 2021

Ipertensione e malattie cardiovascolari e cerbrovascolari e depressione.

Ipertensione e malattie cardiovascolari e cerbrovascolari  sono spesso associati a un aumentato rischio di DEPRESSIONE. Ma l' uso dei farmaci per abbassare la pressione sanguigna può concorrere a ridurre (anche ) uno stato depressivo. A documentarlo è stato uno studio dall' Università di Copenaghen, in cui sono stati messi in prova 41 degli ipotensivi più utilizzati. : L' effetto su entrambi i fronti è stato rilevato per 9 di questi principi attivi, tra quella maggiormente in uso (amlodipina, atenololo, bisoprololo, carvedilolo, enalapril, propranololo, ramipril, verapamil più le combinazioni col verapamil). Lo stesso effetto non è stato invece garantito dai diuretici. 

Analizzando diversi studi hanno dimostrato che quasi un terzo delle persone affette da ipertensione (o affette da altre malattie cardiovascolari che potrebbero essere da essa derivate) convive con la depressione. La concomitanza delle due patologie  concorre a peggiorare la qualita di vita dell' individuo affetto che porta anche con sè un alto rischio di mortalità. Partendo da questi dati un gruppo di ricerca dalla Danimarca ha selezionato partecipanti allo studio attingendo ai registri nazionali sulla salute danesi e li hanno seguiti dal 2005 fino al 2015: Considerando il lungo periodo di variabilità o meno dello stato depressivo in concomitanza con l' uso di 41 farmaci ipotensivi (agenti dell' angiotensina, calcioantagonisti, betabloccanti e diuretici). Del primo gruppo hanno mostrato efficacia l' enalapril e ramipril, del betabloccanti quattro: propranololo, atenololo, bisoprololo, carvedilolo. Infine dei calcio-antagonisti tre: amlodipina, verapamil e le combinazioni del verapamil.


Ecco prechè bisogna stare attenti all' assunzione dei farmaci ipotensivi. LA corretta selezione porta ai migliori risultati. 


martedì 19 gennaio 2021

L' ALCOOL AUMENTA L' INCIDENZA DELLA FIBRILLAZIONE ATRIALE

Le persone che bevono anche una modesta quantità di alcol ogni giorno mostrano un collegamento con un rischio aumentato di fibrillazione atriale secondo un nuovo studio pubblicato sull’European Heart Journal rispetto alle persone che non assumono alcol.

 I ricercatori si sono rifatti ai dati di 107.845 individui prelevati da cinque studi condotti in Svezia, Norvegia, Finlandia, Italia e Danimarca. I dati sono stati raccolti tra il 1982 e il 2010 e si riferivano alla storia medica dei pazienti, al loro stile di vita, e ad altri dettagli quale l’occupazione lavorativa e il livello di istruzione.
100.092 soggetti non mostravano di avere fibrillazione atriale nel momento di arruolamento nello studio mentre, nel corso del periodo di follow-up, 5.854 persone hanno mostrato di aver sviluppato fibrillazione atriale.

Per saperne di piu leggi l' articolo al link sottostante:

https://notiziescientifiche.it/collegamento-tra-consumo-di-alcol-anche-a-dosi-basse-e-fibrillazione-atriale-trovato-da-studio/

Per ulteriori approfondimenti consultare anche l' articolo originale al link 


 

 

 

 

martedì 13 ottobre 2020

Attenzione dopo l` infarto miocardico, I rischi sono simili per donne e uomini.

 

 


Le ben note differenze tra uomini e donne nel rischio di malattie cardiovascolari e mortalità per tutte le cause si attenuano notevolmente tra coloro che sopravvivono a un infarto miocardico.

“Le donne hanno un vantaggio biologico sugli uomini in termini di cardiopatia: ne soffrono meno frequentemente e a un’età più avanzata”, osserva Mark Woodward dell’Imperial College London. “Questo studio mostra che negli USA il vantaggio naturale è notevolmente ridotto nelle persone che sopravvivono a un infarto del miocardio: i tassi di infarto miocardico ricorrente sono molto più simili tra i sessi”.

Lo studio
Woodward e colleghi hanno esaminato i dati delle assicurazioni sanitarie statunitensi dal 2015 al 2016 individuando oltre 171.000 donne e quasi 168.000 uomini ricoverati per infarto del miocardio (MI).

Questi pazienti sono stati appaiati per frequenza in base a età e anno solare a oltre 1,3 milioni di soggetti senza malattia delle arterie coronarie (CHD).

Durante il follow up- durato fino al 2017 – si sono verificati 21.052 eventi di CHD nella coorte di controllo (38% nelle donne) e 40.878 eventi di CHD ricorrente nella coorte con MI (46% nelle donne).

I tassi standardizzati per età di MI su 1.000 persone-anno erano pari a 4,5 nelle donne e 5,7 negli uomini senza CHD (hazard ratio, 0,64; intervallo di confidenza al 95%, da 0,62 a 0,67).

Per i soggetti con MI, i tassi corrispondevano rispettivamente a 60,2 e 59,8 (HR, 0,94; IC 95%, da 0,92 a 0,96).
I tassi di CHD nelle donne rispetto agli uomini erano di 6,3 versus 10,7 nelle persone senza una CHD nell’anamnesi e di 84,5 versus 99,3 in quelle con MI. L’hazard ratio donne-uomini per mortalità per tutte le cause era di 0,72 nei soggetti senza CHD e 0,90 nelle controparti con MI nell’anamnesi.

La maggiore somiglianza nei tassi tra i sessi dopo un MI, ha concluso il Dott. Woodward, “potrebbe essere spiegata dal tradizionale ‘modello maschile’ per gli infarti del miocardio, al punto che il trattamento potrebbe essere ritardato o essere meno completo nelle donne”.

Dal Journal of the American College of Cardiology, autore David Douglas

 

 

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